sparati un primo

C’è chi esprime il suo essere artista attraverso l’utilizzo di tecniche innovative o con sperimentazioni cromatiche all’avanguardia . A Marco Chiurato, l’artista più eclettico del bassanese, queste vie non interessano minimamente e, anzi, lui preferisce imporsi attraverso le forme più inusuali, che vedono nella provocazione il terreno più fertile. Questa volta torna a far parlare di sé, con un’opera che vuole celebrare la nonna Leonilda che, domani, arriverà allo squisito traguardo degli ottant’anni. Lei, infatti, è la protagonista della singolare performance “Sparati un primo”. L’immagine della nonna veneta che impasta sopra una tavola avvolta dalla farina, questa volta è soppiantata dall’arzilla nonnina che inforca tra le mani un fucile di zucchero, alla cui estremità spicca un bel piattone da portata.
“Vuole essere una provocazione -spiega dall’altra parte della cornetta Chiurato – È una riflessione sullo stato emotivo di cui sono vittime gli anziani in una società dove i furti in casa non sono tutelati e dove chi è più debole vive in uno costante stato di terrore”.
Una provocazione tutta veneta della serie “mi rubi in casa, non ti posso fare nulla sennó vado in galera, ma almeno sparati un primo”.
Un tema di fortissima attualità che Chiurato è riuscito a trattare con la solita ironia che lo contraddistingue. Un’invettiva alla società che, per l’occasione, indossa abiti leggeri pur celando un amaro retrogusto.

di Barbara Cenere

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SPARATI UN PRIMO
Nella notte bruna s’acquattava il ladrone,
uno strido languore galoppava nel cuore:
la brama furiosa per quel ricco bagliore
che splende alla finestra, oltre l’alto portone.

Attesa l’ora, svelto, s’intrufola nella dimora,
che parea come raccolta in tutt’ altri pensieri,
fra i quali frugava il furtivo in cerca di averi
(come funghi dopo la piova ch’il bosco irrora).

Ma fattosi dentro, credutosi solo, fragor facondo
lo colse in fallo, di pentole e tegami l’adoprare.
“Venghino, venghino” vociò el paron giocondo,
“che pasta e fasoi zè bona calda da magnare!”

Sbalordito il ladro si fé incerto, poiché un fusile
sull’attenti intravide, accanto l’inatteso banchetto.
“Non badi a quello! I me ga dito che no zè gentile
che quando i te vien rubar te ghe spari ’n sciopetto.

“Eora mi ghe parecio un primo e dopo el cafè
vardemo insieme: te digo già che schei no ghi nè!
Ghe zè da pagar bollette, a prima casa e le scoasse:
mi piacerebbe far cambio, se te me paghi tì ‘e tasse”.

Si scorò il furfante: “arduo era già’ l mestiere!
Or che l’arte del rubar è già rubata dal daziere
che farò?”. Ma il cor, pe’l buonuomo, avea pietà
sicché di tutti i suoi dinari gli fè, volentieri, carità.
di Sofia Cavalli