ON A PEDESTAL

OPW, The Office of Public Works and Castletown House
cordially invite you to the opening of
ON A PEDESTAL
AN INTERNATIONAL SCULPTURE EXHIBITION
CELEBRATING THE CONTEMPORARY PORTRAIT BUST
IN THE 21st CENTURY

Curated by:
Mary Heffernan, Hélène Bremer, Nuala Goodman
Castletown House, Co. Kildare, Ireland
on Sunday, 1st July at 2:00 pm

The exhibition will be officially opened by
DANIELA FERRETTI
Director of the Fortuny Museum, Venice

2nd July – 1st September 2018
open every day 10:00-18:00 (last admission 17:00)
Strictly RSVP to: onapedestal@opw.ie

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Daniela Ferretti + Nuala Goodman
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Marco Chiurato + Daniela Ferretti
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VIOLENZA FLOREALE

VIOLENZA FLOREALE
La violenza floreale avviene in Sud Africa tra l’ Equatore e Capo di Buona Speranza tra le calle,  dove crescono spontaneamente per essere stuprate

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360 GRADI NELL’ OMBRA

LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
Sottovuoto
Atmosfera modificata da anidride acetica
(liquido incolore dall’odore irritante, da manipolare con particolare cautela)
Congelata con azoto liquido

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cuori sottovuoto

Cuori sottoVUOTO
Performance di Marco Chiurato

Sabato 26 Maggio ore 20,00-23,00
Domenica 27 Maggio ore 10,00-12,00 15,00-19,00

Cuori di zucchero, fragili e domabili come animali indifesi.
Rapporti amorosi con persone che abboccano al manipolatore che gestisce il loro corpo, la loro anima senza pudore, strappando il loro cuore ed imbalsamandolo sotto vuoto.
Impedendo loro di ritrovare l’ amore perché stuprati nei sentimenti.

Durante la performance l’ artista modellerà lo zucchero come fossero delle persone, delle amanti, realizzando in ogni rapporto un cuore di zucchero.
Strappandolo concettualmente dal loro corpo e mettendolo sotto vuoto, distruggendolo e impedendo alla vittima di innamorarsi ancora, perché delusa dall’ abuso dell’ artista senza scrupoli

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I feti di Pripyat ( La Città dei fiori )

 

CLOSED GALLERY
Presenta
I feti di Pripyat ( La Città dei fiori )
Installazione – performance di Marco Chiurato

4 Febbraio 1970
A 110 Km da Kiev nasce la città dei fiori a Km zero, la città dove si celebra la vita con i fiori nelle aiuole e le aiuole con i semi.
La telacittà dipinta con i fiori vivi e con la firma nascosta dell’ autore assassino.

26 Aprile 1986
« Attenzione, attenzione! Attenzione, attenzione! Attenzione, attenzione! Attenzione, attenzione!
Il Consiglio Comunale informa che, a seguito dell’incidente alla centrale nucleare di Černobyl’, nella città di Pryp”jat’ le condizioni dell’atmosfera circostante si stanno rivelando nocive e con alti livelli radioattivi.
I feti crescono e si deformano, perdendo l’ identità del padre e della madre, trasformandosi in “oggetti” non identificati in una città fantasma, la città degli organi riproduttivi delle angiosperme.

26 Aprile 2018
Celebriamo la vita con la morte, e la morte con i defunti.
Ad un matrimonio celebriamo l’ unione con bouquet di fiori separati;
All ‘anagrafe iscriviamo un nuovo nato con un fiore già morto all’ occhiello della giacca;
Al funerale di nostro padre celebriamo la sua morte con un cuscino di fiori recisi, a riposo eterno;
Alla festa della donna celebriamo con un fiore giallo che tramonterà prima del tempo;
A San Valentino festeggiamo con un mazzo di rose ammazzate.

27 Aprile 2018
Celebriamo tutto con una tela eterna, dove i fiori rimangano vivi e compressi e i feti crescono, riconoscendosi nelle foto delle lapidi dei genitori morti, lottando per ridare vita alle aiuole svanite tra la nebbia assassina dell’ autore ancora vivo.
Marco Chiurato

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catalogo installazione sottovuoto

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MADRE DI MERDA

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MADRE DI MERDA
Un ossimoro impronunciabile, “madre” e “merda”, un anagramma inopportuno. Mai e poi mai vorremmo riferire queste due parole l’una all’altra, accostando l’imprescindibile allo spregevole. Mai potremmo dire male della Madonna che tutto ci ha dato; e la vita. Ma cos’è la vita? Cos’è quell’impalpabile fermento che una volta acceso è capace di spingere con tutta la forza possibile fino alla massima espansione, ovvero fino ai piedi di quel muro d’ombra che ci attende al fine? Ma soprattutto: di questo lievitare inarrestabile, chi è la causa prima? Chi, infaticabile, continua a muovere questo vorticoso giogo? Chissà, può darsi che di fronte alla vastità impenetrabile di questi quesiti, vecchi come l’umanità, verremo colti da turbamento. Forse, anche dall’impulso disobbediente di scendere fino a piani inferiori della nostra coscienza; e scendere ancora. Ma una volta lì, protetti da ogni giudizio, potremo forse mestamente ammettere che le abbiamo pronunciate noi, almeno una volta, seppur a denti stretti, quelle due parole insieme; quando ci siamo sentiti soffocati, magari, o non abbastanza amati, oppure anche troppo. Per il nostro esile scheletro. Forse, ci domanderemo se ancor prima di noi, la mamma, parlando al ventre gonfio delle ultime notti insonni di gestazione, si domandasse a sua volta: “che razza di madre sono a credere di sapere cos’è meglio per mio figlio? A crederlo mio, somigliante a me, dovente attendere al mio gigantesco orgoglio? A non riconoscerlo invece come figlio del mondo e della Creazione, un dono che non mi appartiene, ma che mi è solo temporaneamente affidato…”. Ci sono pulsioni che rimangono latenti, sotterranee, come correnti convettive sotto pelle, destinate a smuovere la dinamica tettonica della nostra intera esistenza. Proveniamo geneticamente da un altro essere umano, con il quale siamo stati in totale e confortevole simbiosi fino al parto, ma l’istinto a identificarci con quel legame, e nutrircene, è in costante ma sottile contraddizione con il bisogno di reciderlo, disconoscerlo, soppiantarlo. Forse, quella forza, quei legami atavici, quei segni che portiamo nel volto, sono anche sbarre invisibili di una gabbia d’amore dalla quale siamo spinti a fuggire. Perché solo quando siamo fuori portata, soli come un puntolino nero in un Universo più immenso e vuoto di quanto ci sia dato immaginare, ci rendiamo conto che quell’energia vitale, quella spinta cominciata dalla brodaglia primordiale che eravamo, proveniva da nostra madre. Lei, che eroicamente ci ha amato e respinto, lodato e sgridato, soffocato della sua presenza, di aspettative, di valori; dei sogni che ancora ci fanno sentire in colpa per non averli saputi avverare. Quella madre che ci ha ferito più di chiunque altro, in qualche modo e da qualche parte nel nostro caotico ego in fieri. Una ferita che però ci ha anche salvati, in quanto scintilla d’avvio alla nostra disperante ma necessaria ricerca: il nostro processo di individuazione, ovvero di come trovare il nostro posto specifico nel mondo e nella vita. Quella madre che non ha mai capito interamente, pur conoscendoci meglio di chiunque altro, ma della quale, l’amore, ribolliva incessantemente e spingeva, spingeva, spingeva finché non abbiamo spiccato il volo, finché non ci siamo separati, finché non abbiamo trasceso la dimensione di figlio per abbracciare quella d’individuo. Lei, d’altra parte, s’è spenta, o si spegnerà, per poi rimescolarsi alla “merda”, la pasta madre: quella materia che si scompone e ricompone senza tregua dall’alba dei tempi in combinazioni sempre nuove, irripetibili, e indispensabili allo svolgimento del tutto. D’altronde, ognuno condivide con l’altro la medesima natura particellare. La sostanza di cui siamo fatti, anche la nostra Santa madre, è la stessa: la stessa della merda e la stessa delle nostre ambizioni, delle nostre sinapsi e della terra fredda nella quale ci seppelliamo. Questo ci rende tutti uguali? No. Ma la vita ha una direzione sola, cioè quella della dispersione e dell’allontanamento dalla sorgente, dall’origine – e dalla madre, appunto – fino all’entropia che svincola tutto da tutti. E riconoscere che nostra madre è una porta luminosa, per la quale siamo entrati e usciti, e che noi siamo figli della stessa misteriosa forza perforante (e conseguentemente fratelli) è la consapevolezza latente che l’amore materno infonde. Quel vorticoso, intricatissimo, fragile, vincolante, dirompente ma rassicurante intreccio tra madre e figlio – per cui lei è destinata a perdere il cuore e vederselo camminare davanti, prima a carponi, e poi a grandi passi che rapidamente si allontanano – è non solo una gabbia d’amore e protezione, ma anche terreno fertile nel quale ci dividiamo per mitosi. Così da poter procedere da soli. E’ il luogo dove spinte e controspinte ci costringono al volo; è la dimensione più rarefatta e indecifrabile dell’anima; è dove abbiamo imparato a leggere ad occhi chiusi la meraviglia che accompagna la nostra più significativa solitudine. testo di Sofia Cavalli

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CANI! closed gallery

closed gallery presenta:
CANI! installazione di Marco Chiurato
Giornata della memoria (e del lievito)
sabato 20 Gennaio – 20 Febbraio 2018
Corso Mazzini Marostica (VICENZA)

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Giornata della memoria (e del lievito)
21 Gennaio 2018

GM2018

un codice aggiorna
e rinnova la cicatrice perpetua
numero di serie impresso sul braccio
civico del partito nazista
qui a turno guardie leggono il Libro di Giobbe
libro di lamento sopportato da Dio
con l’esotico timbro della derisione
dimentichi delle fatiche di Lutero
cinque secoli prima del misfatto
all’ingresso siamo impressi su lastre simmetriche
per convenzione
lungo una rotaia a scala 1:6.000.000
treno senza fermate intermedie
mentre capelli, treccine e bambole bruciano
come incenso
fumano cadaveri bianchi nella latta
bambini colano al riso del boia
o affiorano da terra per una impossibile assoluzione
disegni innocenti si frantumano
e il contatore perde cognizione di sé
del numero
certo
si vive ad Auschwitz
e nei campi analoghi
un tempo per capire

(…)

che il termosifone nazista congela invece di scaldare
e l’acqua gassifica nudità
che la lampada brucia grasso umano
e illumina la sosta di uno scotch und soda
che il condannato ossigena il cervello del boia
che ci si corica su materassi di cenere
in attesa di ‘diventarla’
mentre l’aspiracenere di Priebke
(avuto in dono per il centesimo compleanno di una vita senza colpa)
esprime l’ultimo desiderio
sì una sigaretta per favore
di fronte ad una bomba a mezz’asta
anche Pinocchio ha capito
triste
ma sotto interrogatorio la sua versione non sarà creduta
per pregiudizio o noia
verità accolta come ingiustificabile bugia
distrugge i simboli più temuti
segni di un disegno impossibile
si colgono ovunque
basta guardarsi attorno
ogni negazione è energia
la consunta valigia
stretta da una cinghia di speranza
braccia mozzate e ancora robuste
il cadavere di un maiale abbandonato
ancora intero da assassini in fuga
macellai falliti
epifanie vegetali da una terra troppo concimata
per essere in un pianeta umano

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PELLEt n.
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INUMANO
http://www.marcochiurato.com/2009/07/06/adunata-del-contemporaneo/
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DISTRUGGI DOCUMENTI INNOCENTI
http://www.marcochiurato.com/2017/01/19/distruggi-documenti-innocenti/
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CENERE
pochi i fortunati ritornati a casa a riposare in un materasso,
sfortunati a dormire con l’ incubo della cenere ormai spenda che lievita ardente ogni secondo dentro il loro cervello
https://www.youtube.com/watch?v=e6HC5MsIUHw

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OXYGEN
http://www.marcochiurato.com/2012/09/04/oxygen-by-marco-chiurato/
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HEIL!
http://www.marcochiurato.com/2013/07/01/heil-di-marco-chiurato/

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LE TRECCINE FANTASMA per bambini tedeschi 6-12-anni
i Nazisti regalavano ai loro figli le treccine fantasma
cosicchè loro potessero bruciarle ed annusare l’ odore soddisfacente
di EBREI MORTI
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ASSOLTO
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http://www.marcochiurato.com/2015/10/18/madre-terra/
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DAS PARADIES MACHT FREI
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LEZIONE DI FINE ANNO
https://youtu.be/ayUnYqe1jKc
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STENDINO
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ROTAIA 1:6.000.000
http://www.marcochiurato.com/2015/10/04/rotaia-16000-000/
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ZYKLON B
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BAMBOLINA DA CUOCERE per bambine tedesche 5-10 anni
I tedeschi regalavano alle loro figlie le bamboline da cuocere,
per illuminare i loro occhi alla vista di un deportato lievitato e bruciato
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PIATTO DEL BUON RICORDO
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RESISTENZA
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LAMPADA SUGAR AUSCHWITZ
I tedeschi arredavano il loro ufficio con la lampada SUGAR AUSCHWITZ
per non dimenticare

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UN TRENO CHE VIAGGIA NASCOSTO SOTTO I NOSTRI OCCHI
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CATALOGO
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NON ABBOCCARE

NON ABBOCCARE merry christmas
CLOSED GALLERY CORSO MAZZINI MAROSTICA VI
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NATURA TRA MAIALI E POTENTI

Potenti al tavolo, c’e’ chi apre e chi chiude nell’ oscurita’ del petrolio all’ oscurita’ degli impotenti. Poveri maiali costretti ad essere divorati dalla natura che si ribella.
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