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PABLO CHIURATO

Pablo Chiurato è un artista Italiano.
Pablo figlio d’arte nasce a Bassano il 3 Agosto 2016
Residente a Marostica dove vive e lavora.
Frequenta la scuola Materna Prospero Alpino dove ha iniziato a muovere i primi passi attraverso l’uso dei colori.
Da quel momento l’egocentrismo del padre lo rende partecipe a molte sue performance provocatorie e gli fa produrre anche contro la sua volontà innumerevoli disegni.
All’ età di 4 anni Pablo a sua insaputa realizzerà la prima mostra personale

Pablo è il bambino di Marco Chiurato. Marco Chiurato è un astronauto. Pablo ha fatto dei disegni che poi Marco Chiurato ha fatto le statue. Marco è quello che fa le sculture che ha disegnato Pablo. Pablo prima o poi diventerà grande. Marco Chiurato no.
Marco Chiurato ce l’abbiamo in salotto, con una maglietta a righe, un cappello e una pistola, è sopra al termosifone.
Pablo ha fatto un arcobaleno, un razzo un faro una barca, una casa, poi un carro armato, una campana, un gigante e un elicottero.
Queste sculture sono belle perché hanno dei disegni, perché sono di una forma. Dentro le forme c’è del vetro. Dentro di noi invece non c’è il vetro ma c’è il cuore, il cervello, il sangue, l’intestino, le ossa, la bocca, il respiro.
Dentro un arcobaleno invece ci sono i colori. I colori non si possono toccare perché noi non voliamo.
Dentro la casa di Pablo ci sono delle persone: Marco Chiurato e Pablo.
Queste sculture servono per guardarle e per giocare. La barca va nel pavimento e si striscia per terra; se ci sono dei personaggi li metterei nella casa, se ci fosse una porta. Con il razzo, se le persone fossero dentro la casa, si dovrebbe svuotare la casa e mettere i personaggi dentro il razzo così poi vanno nello spazio. Nello spazio saltano nella luna, perché nello spazio non si può camminare, si può solo saltare e non si va al supermercato. La scuola anche non esiste nello spazio. Nello spazio ci si mette tanti vestiti, poi ci si lava i denti se ci fosse il lavandino. Bisogna dire a Marco Chiurato di fare un lavandino per lo spazio.
Poi si potrebbe andare dentro al faro per guardare nel cannocchiale e dentro si vede l’oceano. L’oceano è diverso dal mare perché ci sono gli squali.
Con l’elicottero invece si va sulle nuvole e si può toccare l’arcobaleno.
Marco Chiurato è un marcobaleno. Marco è piccolo e Pablo è grande.

Petra Maragno, 5 anni (quasi).

Se “l’artista mediocre copia e il genio ruba”, questa volta Marco Chiurato ha deciso di rubare in casa e sfruttare il lavoro minorile di suo figlio Pablo. Un genio mediocre? Un artista geniale? Un ladro d’arte o l’arte di rubare? Forse tutto questo insieme.
Si perché non parliamo di una sola persona, ma di due. L’innocenza di Pablo produce, come ogni bambino della sua età – 4 anni – disegni prodotti dalla sua fantasia. Il padre Marco “ignobilmente” li ruba e li riproduce artigianalmente in ceramica, invertendo così le parti: il figlio diviene il vero artista, l’artista diviene il produttore e mecenate. Pablo diviene inconsapevolmente, anzi lo è, il vero artista, mentre Marco Chiurato consapevolmente e colpevolmente diviene artefice del furto che priverà Pablo, un giorno, della libertà dell’artista. Una doppia gabbia: per il padre l’evasione dall’arte verso il mercato e per il figlio l’incarcerazione dentro un’identità specifica creata ad “ad arte” fin dal battesimo. Un’identità dalla quale il figlio un giorno si libererà, invertendo di nuovo il gioco delle parti? Forse una salvezza per Marco Chiurato che potrà tornare ad essere (?) o fare l’artista.
Ma c’è di più.
Chi scrive questo testo si è servito (rubato?) dell’aiuto della critica d’arte di questo progetto, Petra Maragno, 5 anni (quasi) la quale ha contribuito in maniera sostanziale ad interpretare ciò che il vero artista, Pablo ha prodotto.
Solo gli occhi (e le mani) dei bambini possono aiutarci a continuare a giocare, a divertirci e sognare.
Marco Chiurato (ed io) l’abbiamo capito!

Andrea Maragno (JoeVelluto), 47 anni (quasi)

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PRESENTAZIONE

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L’inautenticità lasciata allo specchio
Da sempre l’umano è dimentico di sé. E’ un costante esercizio di messa a fuoco a dispiegarlo intellettualmente nello spazio-tempo, dov’egli poi si risolve nell’assiomatica progettualità dei suoi negotii.
Eppure, qualcosa sfugge: un difetto di percezione spinge i significanti all’esterno senza trasferire – non senza una perdita di consapevolezza – il contenuto. Complice forse l’anatomia di questa nostra forma, il corpo, il cui verso protende al di fuori senza mostrare il dentro, si ha quasi pudore a soffermarsi in quei fermenti che ribollono sotto pelle. Le sensazioni, allo stesso modo, sono restituite all’oggetto già mediate, mentre la coscienza si affida ad un’immagine, anche questa mediata, scavalcando la voce del corpo.
Il riconoscimento, dunque, è il leitmotiv dell’artista, che incuriosito dal rovesciamento della materia nelle impronte in negativo dei suoi calchi, indaga i rapporti tra ciò che è mostrato e la sua essenza, il contenitore e ciò che è contenuto.
“Iste ego sum” è l’eterna dicotomia dell’uomo che prende coscienza di sé attraverso la relazione con l’esterno, l’osservazione dei suoi simili o della propria immagine riflessa. E così che, specchiandosi, si riconosce (o disconosce) nei valori di riferimento. Ma soprattutto nel proprio esistere, definendosi come identità.
Tuttavia, l’artista denuncia come in questo processo una certa parte dell’esserci, l’umore, è tragicamente trascurata e banalmente celata dietro l’involucro del corpo, senza il quale non può trovare espressione. L’individuo, infatti, ospita in sé una distanza incommensurabile fra l’emozione e la sua traduzione in pensiero, finendo così per sacrificare le capacità di percepire e d’empatia in cambio di una più formale sovrastruttura di comportamenti e reazioni socialmente collaudati.
Avviene così che Marco Chiurato, artista italiano noto per la sua straordinaria padronanza nello scolpire lo zucchero, s’avvale della materia – ma ancor più dell’efficacia propria dell’azione artistica – per rivoltare dalla parte opposta al dritto lo schema emozione – reazione, controllato dal sistema associativo dell’intelletto. Cosicché, ciò che appare provocazione, è piuttosto un’esegesi della realtà in chiave umoristica, con il preciso scopo di riportare l’individuo sulle tracce del suo sentire profondo, delle sue emozioni recondite, citando il contesto solo come espediente, come una valvola per la fuoriuscita del movimento psichico.
Nella sua produzione artistica, pur mossasi per voli pindarici, persiste il tratto unificante di presentare il banale – inteso come il conosciuto, ciò che è sempre sotto i nostri occhi – per ingannare l’intelletto e quindi schivarne lo sforzo di elucubrazione, costringendo all’avamposto la genuinità del sentimento, anche quando naïf . La conformità viene allora superata dalla monelleria del fanciullino, il quale sospende il giudizio e partecipa emotivamente a ciò che vede, senza distinguere con nettezza la realtà dal suo mondo interiore.
A Marco Chiurato, classe ’73, fu imposto il mestiere di maître pâtissier per tradizione di famiglia. E tuttavia, accompagnandosi con studi artistici e attraverso la manipolazione di materiale dolciario, approda alla sugar art, padroneggiandola al punto tale da riprodurre fedelmente oggetti reali. E’ da qui che origina la sua produzione d’arte performativa: avvalendosi proprio dello zucchero, confonde il reale con la mimesi e nel contempo esplora gli impulsi della psiche, la quale interagisce con l’opera superando quel sistema di valori che attribuisce senso di approvazione/disapprovazione agli oggetti della realtà fenomenica.
Il risultato è la distruzione sconsiderata e istintiva della copia in zucchero, nell’illogico proposito di sgretolare sia la relazione di partecipazione che la cosa ha con l’idea, sia il procedimento intellettivo che le rapporta fra loro. Lo zucchero, infatti, a simbolo della vita inautentica, non cosciente, passa del tutto inosservato nella sua apparente innocenza.
L’effetto della sua devastazione, a sonori colpi di martello, è perciò di stupefacente impatto: reboante monito e risveglio, per non identificarsi con le cose del quotidiano e col sonno vigile che coglie nella cura di queste.
L’artista si avvale anche di altri materiali, sempre ad uso comune, dalla ceramica al pan di Spagna, per installazioni che da un punto di vista figurativo rappresentano concetti abitualmente integrati nell’ethos collettivo. Volutamente, perciò, egli espone il già visto, ciò che è dato per scontato e perciò privo di carica emotiva (o peggio, ciò che è tenuto nascosto), con il preciso intento artistico di scardinare la ragione che giustifica e provocare una reazione: non una qualsiasi, ma quella capace di condurre in moto diretto all’emozione imbrigliata.
L’insinuarsi in spazi proibiti e argomenti velati da un pudico silenzio sociale (come la sessualità, la violenza sulle donne, il suicidio o i deliri devianti la Fede) è il mezzo che giustifica il fine dell’artista: offrire il suo cuore aperto, invitando il pubblico a trasalire, con lui o contro di lui. “Iste ego sum: sensi, nec me mea fallit imago”: l’agnizione è dunque il vero proposito dell’artista, cioè il riconoscere quel sentimento vivissimo che abita l’uomo e che si specchia meglio nell’arte.
Per giunta, un altro strumento nelle mani di Marco Chiurato – come lo sarebbe il pennello impugnato dal pittore – è la performance o per meglio dire l’azione perturbante: egli, di fatto, provoca l’agitazione tramite gesta, atti, iniziative potenzialmente verosimili ma dal contenuto del tutto assurdo. Il pubblico crede sia vero, abboccando anche al riverbero mediatico, per poi rimanere sgomento e stizzito allo svelarsi della semplicità del raggiro, del sottile confino tra il serio e il ridicolo, dell’inettitudine di fronte al capovolgimento dell’aspettativa.
Per concludere, la chiave di lettura di Marco Chiurato è decisamente l’umorismo, nel senso etimologico del termine: il cogliere, il far riaffiorare l’umore, i liquidi che ci mareggiano dentro e sbattono e ribattono contro le pareti del corpo organizzato dalla mente. L’avvertenza di quello che scorre sotto la superficie delle cose o dell’ego – e che l’arte riesce a raccogliere come un fontanile! – è il risultato della provocazione umoristica, del riso amaro che suscita, della verità raccontata nell’assurdo.
Così Marco Chiurato è consapevolmente un anti-eroe. E’ un Giasone la cui ricerca del Vello d’Oro è solo l’aspetto superficiale, mentre il senso profondo dell’impresa è trovare il sentimento dell’esser-ci, la consapevolezza dell’anima che partecipa costantemente alle cose del mondo senza che sia vista o ascoltata.
L’uomo si guarda allo specchio (o più attualmente si fa un selfie): la sua immagine esiste come ex-sistentia, esternamente a sé, e resta lì, intrappolata come la consapevolezza nella consuetudine di ogni giorno. La performing art di Marco Chiurato scuote la sagoma imbambolata e la rigira come fosse una fodera, imponendole uno sguardo faceto ed emozionale sul più vasto mondo interiore.
di Sofia Cavalli

ciuccio e gio’ gio’


Rito performativo di Pablo
Prima di bere il latte Pablo piega la sua copertina “GIO’ GIO’” sopra le gambe e posiziona il ciuccio sempre nella stessa posizione.
Una performance inconsapevole da ormai due anni.
All’inizio molto veloce fino ad oggi, che con molta calma piega la coperta con gli angoli perfetti e posiziona il ciuccio partendo dall’inizio della coperta fino ad arrivare all’estremità opposta.
opera ceramica,acrilico
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WE THE PEOPLE

“WE THE PEOPLE” 4 Maggio – 2 Giugno 2021 Sala della Gran Guardia, Padova
Nell’ultimo anno la Pandemia ha, tra le altre cose, trasformato le nostre abitudini e in parte nascosto il nostro volto, scrigno della nostra identità, del nostro essere.
Il volto nella storia dell’arte è stato raccontato e analizzato in ogni sua forma o Espressione. A seconda delle epoche storiche lo abbiamo visto rappresentato in modo realistico, idealizzato, stilizzato, deformato, visionario, frammentato, scomposto e ricomposto.
Proporzioni armoniche nei volti antichi, studio di emozioni ed espressioni che si susseguono nei secoli dai ritratti celebrativi dell’età romana fino al Rinascimento: volti ricercati, analizzati nel tempo e nelle espressioni più varie.
Dal busto di Nefertiti ai visi rigati di lacrime di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, dalle passioni ritratte in Caravaggio, all’estasi di Santa Teresa del Bernini, ai volti Impressionisti e ai visi Espressionisti, alle disgregazioni e ricomposizioni del XX secolo, dalle Avanguardie artistiche agli scatti fermati nelle foto e nei video fino ai moderni selfie, alla modifica di un viso nel tempo e nella accezione, tutta contemporanea, di poter plasmare, cambiare e creare un nuovo aspetto, una nuova bellezza, un volto che rimanga nell’identificazione di un processo di riconoscimento del sé come naturale approccio verso l’Io e verso gli altri.
WE THE PEOPLE, noi la gente, è l’insieme di volti, di emozioni ed espressioni senza distinzioni di razza, colore e sesso.
Per questo i curatori hanno pensato di invitare trenta artisti per dialogare insieme di volti attraverso la creazione di opere site specific, tra scultura, pittura, video-art e fotografia, o prestando dei lavori che sono affini al tema trattato.
“Il volto, un ritratto, empatico o imperscrutabile, una raffigurazione dell’animo o la ferocia del realismo, l’ego come centro del mondo o l’uomo come rappresentazione di un gruppo o di un «popolo», tutto questo ora è possibile riaverlo attraverso l’ingegno degli artisti. L’arte, attraverso la rappresentazione di un volto, ci regala tutta la forza di quel racconto visivo, fatto di sguardi, ammiccamenti, sorrisi, smorfie di dolore o di ribrezzo e che sono propri della fisiognomica”.
Così descrive il fascino del volto uno dei cinque curatori Enrica Feltracco, che continua raccontando la genesi della mostra e del suo nome: “ questo titolo non è stato scelto a caso, immagino possa suggerire a molti l’esordio della costituzione americana, ma in realtà è un inno a quel miscuglio d’individualità e collettività su cui si reggono le società e le culture contemporanee. La libertà che ci regala questa mostra è tutta nelle mani degli artisti e della loro creatività, dove attraverso le più personali interpretazioni del volto sarà possibile cogliere la nostra contemporaneità”.
Elisabetta Maria Vanzelli ricorda un altro importante aspetto: “come questa pandemia abbia colpito, globalmente, la cosiddetta “civiltà dell’immagine”, un mondo virtuale invaso da ‘autoscatti’ perpetui, il cui senso è evidentemente quello di convalidare, in ogni sua azione, la presenza dell’essere umano.
La condivisione reale di un’espressione, di uno sguardo o di un sorriso trasmette chiaramente molto più di quanto un selfie possa esprimere e se è vero che, com’è stato lungamente dimostrato dall’arte del secondo Novecento, il corpo, e con esso il volto – suo acme – ampliano l’orizzonte delle pratiche artistiche a una gestualità e a una corporeità diversamente impercorribili, resta da capire come poter riscrivere – nell’oggi più immediato – le storie che abitano il nostro corpo e che, nel caso specifico di questa mostra, accompagnano la semantica del nostro volto”.
Massimiliano Sabbion approfondisce il volto nella storia dell’arte: “Numerosi i ritratti e gli autoritratti compiuti in ogni epoca, l’immagine riprodotta diventa la mimesi della realtà che restituisce pregi e difetti di chi è ritratto.
Con tratti e colori, su tela, scultura, fotografia e video gli artisti fissano un segno e una presenza tangibile per l’identificazione e una memoria di sé: dai ritratti nell’arte classica costruiti attraverso canoni e regole, alla presenza ieratica e astratta idealizzata nel sacro, fino alla presa di coscienza di emozioni umane nei volti dipinti, ad esempio, da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova dove egli stesso si autoritrae poi nel Giudizio Universale”.
Elisabetta Bacchin si focalizza sul Novecento “che ha rappresentato una svolta cruciale nella storia dell’uomo e dell’arte. La dottrina psicanalitica di Sigmund Freud ha condotto alla disgregazione della percezione unitaria dell’io, ridefinendo completamente la concezione della psiche. Poco prima, Albert Einstein aveva fatto l’eccezionale scoperta della relatività del tempo e dello spazio. Due Guerre Mondiali si sono susseguite a pochi anni di distanza l’una dall’altra, lacerando il tessuto sociale e lasciando nelle persone ferite inguaribili. In questo contesto, l’arte ha messo in discussione tutti i canoni rappresentativi tradizionali e, con essi, anche la concezione della raffigurazione del volto è mutata completamente.
Da quel momento in poi, si sono aperte infinite strade per l’esplorazione dell’interiorità umana da parte degli artisti, la cui nuova libertà espressiva ha portato alle più svariate interpretazioni, affiancandosi a tutta una serie di sperimentazioni di nuovi mezzi espressivi, dall’uso di materiali industriali e sintetici alla performance, dalla fotografia alla video arte”.
Matteo Vanzan prosegue approfondendo il concetto della mostra: “non è solamente un’esposizione di opere che raccontano la vicenda del volto contemporaneo letto attraverso la pittura, la scultura, la fotografia e la video art, ma è primariamente una mostra che parla di persone.
Il ritratto ci permette quindi di entrare in contatto con ciascuno di loro, di comprenderne i momenti più intimi e personali e ricongiungerci al loro atto creativo. Volti acrilici, marmorei, fotografici o digitali altro non sono se non finzione inserita in una tradizione di cui si perdono le origini; metafore che ci aiutano a fissare nella mente istanze primordiali e impulsi archetipi. Opere ed artisti sono ora indissolubili; ricamano la consapevolezza di un’identità mascherata da istanza di presenza in cui si palesano cancellazioni, deformazioni, presenze, privazioni, plasticità, compattezza.

WE THE OBJECTS
OGGETTO 1 250000 CM CUBI
OGGETTO 2 720 METRI QUADRATI

l’oggetto 1 all’interno di una teca in plexiglas, apre la porta ma non esce e rimane in mobile
l’oggetto 2 è all’interno di una stanza e sembra più libero dell’oggetto 1
l’oggetto 1 è in mobile perché il padre glie l’ha ordinato
l’oggetto 2 porta sopra la testa il cappello da pizzaiolo dell’oggetto 1
l’oggetto 1 e 2 sono sopra lo stesso oggetto, l’oggetto 3
l’oggetto 3 delimita il loro spazio di posizionamento
l’oggetto 1 è vestito con un pigiama azzurro, colore preferito da Pablo
l’oggetto 2 è in ceramica decorato a rilievo con acrilico bianco

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OFFERTA LIBERA

STUDIO CLETO MUNARI COMUNICATO STAMPA – INVITO PIU‟ CHE „L DOLOR POTE‟ „L DIGIUNO DUE PERSONALI NELLO STUDIO DI UN VISIONARIO LA MOSTRA MANUELA BEDESCHI – OPTIME OMNIA FIENT MARCO CHIURATO – OFFERTA LIBERA DOVE STUDIO CLETO MUNARI CONTRA‟ CHINOTTO 3 – VICENZA INAUGURAZIONE VENERDI‟ 16 OTTOBRE DALLE ORE 17.30 CON UNA INTRODUZIONE DI MARIA LUCIA FERRAGUTI DURATA VENERDI‟ 16 OTTOBRE – SABATO 14 NOVEMBRE ORARI MARTEDI‟ SABATO 17 – 19 O SU APPUNTAMENTO AL 347 4122579
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Il nucleo d‟energia è lì, nel luogo fisico e mentale dell‟atelier di Cleto Munari, dove abita la bellezza; una bellezza che, nel diffondersi, palpita vitale tra mobili, argenti, oggetti e gioielli sofisticati, dal nitido fascino. Qui attiva altri nuclei d‟energia che si espande tra le mostre personali di Manuela Bedeschi e di Marco Chiurato. L‟incipit bruciante della mostra sta nel celebre passo dantesco “PIU‟ CHE „L DOLOR POTE‟ „L DIGIUNO…”, legato al sottotitolo “due personali nello studio di un visionario”. Manuela Bedeschi riunisce le opere dell‟esposizione nel motto latino Optime omnia fient che appare sospeso nella luce neon verde al centro della nobile facciata del palazzo. Il detto sapienziale scritto nel forte carattere lapidario ritrova una nuova attualità nell‟ “andrà tutto bene”, per associarsi allo slogan diffuso durante l‟esperienza del lockdown per il Coronavirus – 19, percepito come messaggio di speranza. L‟opera risplende nell‟oscurità ed emana all‟esterno sulla via una vitalità luminescente continua, che accoglie e diffonde l‟unità fra l‟arte e la vita. Questa luminosità, intensa cromaticamente, entra nelle sale interne e trova la sinergia con altre parole diffuse nell‟atelier, altre opere neon dai concetti luminosi. Capta tutta la loro vigoria il nome CLETO all‟interno di un grande cuore rosso che racchiude l‟esistenza di Munari, opera in tubi neon presentata al Museo Civico vicentino di Palazzo Chiericati. È un segno dinamico legato a Bruno Munari che emerge sul vibrare di volti e firme sullo sfondo: Bedeschi lo celebra con la sua presenza brillante, in stretto rapporto con i protagonisti del designers e dell‟architettura internazionale. L‟arte di Marco Chiurato si avvale di tutte le tecniche, pittura, scultura, video, installazioni e questa mostra dal titolo “Offerta libera” accoglie il suo coraggio, la disponibilità alla parola attraverso gli oggetti, il pensiero e la dimensione del suo sapersi muovere con macchinescultura, performance, transiti veloci da una situazione all‟altra nelle stanze dell‟atelier di Cleto Munari. Imprevedibile e prensile per tutto ciò che riguarda l‟attualità, lavora con un‟intenzionalità sottile, mirata a dare un senso attivo di coinvolgimento e di partecipazione. Le tragedie sociali, i naufraghi dei barconi, i comportamenti collettivi, la violenza sulle donne, Chiurato li evolve in arte attraverso l‟intensa carica della libertà espressiva. Così il gommone degli immigrati perde la forza di gravità per mutarsi in “Atollo 11” , un‟astronave carica di profughi destinata a nuove mete nello spazio. Quindi l‟estrosa macchina-scultura “Barca” diventa per i profughi una promessa di benessere e felicità con il suo dialogo fra luci e il carico di oggetti-icone della nostra quotidianità. Ed ancora, fra le stanze, entra la piccola reliquia della culla di Maurizio Cattelan donata a Chiurato per il suo bimbo Pablo, che tra tessuti a righe verticali ed orizzontali, ancora una volta, conferma il passaggio alla conoscenza, anche relativa e sottile, resa dal suo irrequieto animo d‟artista.
performance per publicizzare la mostra


IN SILENZIO

La protesta dei commercianti di Marostica
con l’installazione di Marco Chiurato “IN SILENZIO”.
Marostica, 30 aprile 2020– Arte e protesta a Marostica in questo difficile periodo di emergenza. La protesta è quella dei commercianti che, con l’autorizzazione dell’Amministrazione comunale, affidano il loro messaggio di contestazione alla performance dell’artista Marco Chiurato, in scena in Piazza degli Scacchi venerdì 1 maggio.
Dopo le disposizioni dell’ultimo Decreto in materia di contenimento del contagio da Coronavirus, con il rinvio dell’apertura di molte categorie di esercizi commerciali, gli operatori del commercio grideranno la loro disperazione attraverso l’installazione “IN SILENZIO”: un buco sulla scacchiera circondato da una gabbia da dove emerge un attonito commerciante in cerca di una via d’uscita… Sullo sfondo l’innalzamento di una bandiera, completamente trasparente, per indicare “un’Italia che non esiste”, quella dei commercianti con le serrande ancora abbassate, accompagnato da un simbolico “inno del silenzio”, questa volta davvero senza note.
“Dopo le ultime disposizione del Prefetto sulle manifestazioni di protesta, abbiamo rivisto l’iniziativa”spiega il sindaco di Marostica Matteo Mozzo “che in un primo momento prevedeva il coinvolgimento in prima persona degli amministratori. Siamo vicini ai nostri commercianti in questo tragico momento, ma vogliamo rispettare le indicazioni delle autorità. Sono sicuro che la nostra piazza e la genialità del lavoro di Marco Chiurato potranno dare comunque grande risonanza al messaggio”.
“I commercianti al dettaglio chiedono di riaprire rispettando le regole di sicurezza, come per altre categorie economiche” commenta l’assessore alle attività produttive Ylenia Bianchin “è ormai una questione di sopravvivenza. Se non diamo loro la possibilità di riaprire subito, alcuni non ce la faranno. Non si tratta solo di rendere accessibili dei servizi ad una comunità, ma di salvare il futuro di una cittadina della quale queste attività sono il cuore pulsante”.
“Sono i dettagli di un’opera che avrebbe dovuto coinvolgere più elementi” spiega infine l’artista Marco Chiurato “come la banda che avrebbe suonato come una muta fanfara e il sindaco che con l’alzabandiera avrebbe indossato una fascia trasparente. Il silenzio sarà comunque assordante”.

L’installazione sarà visibile dal link alla webcam di Piazza degli Scacchi.

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ROMA DELIVERY

La gabbia di IN SILENZIO che conteneva i commercianti ingabbiati verrà spedita lunedì a Roma dal corriere.
Non essendo specificato l’indirizzo starà al corriere decidere dove scaricarla, visto che la destinazione è “ETERNA”.
In mancanza di coraggio potrebbe essere che il corriere la riporti al mittente.
Annuncio: chi dei commercianti volesse essere ingabbiato e spedito a Roma si faccia avanti e faccia sentire IL SILENZIO.

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OSSIGENO PUBBLICO

Telefono pubblico ad ossigeno.
L’ultima chiamata ad un Dio famigliare concessa da un angelo infermiere.
L’utilizzo del telefono a particole-gettone ti da la possibilità di parlare attraverso un confessionale con un tuo caro mentre il prete sta dall’ altra parte e ti confessa ascoltando segretamente le tue fragilità-verità.
Il telefono è munito di parabola per prendere il segnale con il paradiso.


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FOCOLAIO calma e gesso

biliardo senza buche dove le palle si contaminano tra loro e contaminano la pallina bianca che le divide creando vari focolai
“Calma e gesso” è un’espressione che si usa comunemente per indurre qualcuno a non prendere decisioni affrettate, a non fare qualcosa di cui si potrebbe pentire poiché non ha fatto prima le dovute valutazioni.
L’origine di questa locuzione deriva dal gioco del biliardo: ogni volta che un giocatore deve fare un tiro difficile, prende tempo e cerca di valutare la situazione strofinando con il gesso la punta della sua stecca.
L’attrito tra stecca e biglia aumenta e nello stesso tempo il giocatore riflette con calma anche sugli effetti che si vogliono dare al tiro.


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