Cleto Munari+1

Marco Chiurato presente alla Biennale D arte di Venezia

Location: Villa Contarini, Piazzola sul Brenta (PD)
Vernissage: 21 Giugno 2011, h 17.30
Iniziativa promossa da PADIGLIONE ITALIA ALLA 54° ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE D’ARTE DELLA BIENNALE DI VENEZIA per Il 150° dell’Unità d’Italia a cura di Vittorio Sgarbi

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……..+ 1?!?…uno più…uno meno…tanti, tantissimi artisti per festeggiare la Biennale di Venezia del 150° Anniversario dell ””Unità d Italia…artisti da ogni dove, moltiplicati esponenzialmente da infinite variabili critiche, autenticati e sdoganati da altrettanti selezionatori in rappresentanza di un sistema artistico quanto mai (almeno all””””apparenza) vivo e vitale…
Non poteva mancare Marco Chiurato, artista vicentino, invitato da Cleto Munari, a Villa Contarini di Piazzola sul Brenta…in questo Padiglione giovane e innovativo, dinamico e caotico…
Uno più… uno meno… sembra esservi posto per tutti, magari accalcandosi un po””…In questa Italia di raccomandati in cui il talento è spesso subordinato alle conoscenze, in cui si “è in quanto si conosce”e non perché si merita di essere conosciuti, Marco Chiurato si insinua silenzioso e clandestino per rientrare perfettamente nel gruppo degli “artisti belli e importanti”, raccomandato come tanti e quindi in possesso dei requisiti migliori, come tutti bisognoso del palcoscenico della celebrità sul quale esibirsi e sul quale essere immolato… ci accorgeremo della sua presenza? saremo in grado di riconoscerne l”azione artistica, di valutarne l”eventuale talento?…riuscirà Chiurato ad entrare a pieno titolo nel gruppo, sussistendo indipendente alle regole del mecenatismo militante che sembra ora dettare le regole…?

MARCO CHIURATO INVIDIA CLETO MUNARI

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Testo a cura di Gaetano Salerno

Più vero e forte dell’amore, tra i sentimenti che il vivere sociale ci ha dapprima svelato e poi imposto di ridimensionare, emerge l’odio.
L’odio ha governato in origine il mondo, insieme al Bene, bilanciando l’Ordine e il Caos, regolando il naturale andamento degli eventi, fino a lasciare ad un effimero equilibrio dettato da principi armonici – in realtà da stati di quiete apparente e provvisoria – il compito di individuare nuove conciliazioni esistenziali, nuove scale di valori comportamentali, in attesa di nuove e inevitabili esplosioni emotive.
Ora completandosi e compensandosi fino all’eccesso, ora rifiutandosi con determinazione, odio ed amore hanno originato, nel tempo, digressioni proprie ed inarrestabili, rapide discese nella psiche umana lungo percorsi irrazionali ma imprescindibili quali l’invidia, il ripetuto guardare oltre i propri limiti e limitazioni, oltre la presunzione della propria unicità, l’accettazione dogmatica dell’altrui presenza.
In questo moto psicologico si colloca e trova forza l’azione artistica invidiosa di Marco Chiurato.
Lo sguardo invade universi altrui, abbraccia gli oggetti che li compongono e li animano come attori sulla scena; l’invidia ne corrode la presenza, scatenata dall’insostenibile rimorso di non poterne condurre l’azione, di non poterne arrestare l’incommensurabile moltiplicazione esponenziale, di non poterne arginare la dilagante conquista spaziale nell’epoca della riproducibilità tecnica che amplifica il valore dell’unicum nella sua riproposizione seriale, garanzia di populistica ma inconfutabile immortalità.
Comprensibile dunque nell’artista il desiderio – a cui fa seguito il gesto immediato e incondizionato – di sottrarre l’icona al nostro morboso guardare, di cancellare la sua azione semantica dal mondo che ne decreta ingenuamente ma collettivamente il passaggio da disordinata materia informe a forma d’arte compiuta.
Nella storiografia della pratica artistica l’annullamento iconico ha da sempre alluso a nuove rinascite; e verso nuove ricostruzioni, scatenando il lato sovversivo ed oscuro dell’essere umano, da sempre ha condotto le nostre energie (auto)distruttrici contro una civilà repressiva che limita e ingabbia l’anarchia evoluzionistica, basata invece sulla condivisione, sulla conquista e appropriazione di idee diverse dalle nostre.
La stessa vis artistica autorizza la distruzione; ecco allora che il furor creativo si traduce in furor sterminatore, indotto da un’invidia inaccettabile per l’oggetto altrui, l’intuizione altrui, supportata dall’incapacità, all’interno di un credo postmodernista, di strutturare narrazioni lineari, scansioni temporali logicamente diacroniche, di concepirsi originali senza imbattersi nell’onesta falsità del già visto, già detto, già scritto.
Distinguendo ovviamente il valore cultuale dell’opera d’arte da quello espositivo e ammiccando a teorie strutturaliste in cui il prodotto artistico si prefigura come insieme organico scomponibile in sottoelementi unitari, tra loro regolati da precisi rapporti di interdipendenza, l’abito del male con cui si veste l’artista null’altro è se non la rappresentazione scenica e aristotelica dell’opposizione della volontà dell’uomo alla volontà divina, la fuoriuscita dal mondo morale verso l’ammissione della patologia stessa; solo l’intento performativo ne smorza gli eccessi e ne dirige le finalità, divenendone essa stessa cura attraverso una meta-narrazione complessa e frammentaria.
L’inaccettabilità del ritardo sull’azione (il non fatto da me, logica sviluppo dell’avrei potuto farlo io) scatena in Marco Chiurato emozioni inespresse; le operazioni catartiche attraverso le quali rimuove dalla mente il peso schiacciante dell’invidia, dichiarando primariamente di esserne vittima (reo confesso dunque di un vizio capitale grave ed esecrabile) e cercando di controllarlo attraverso l’interpretazione di un canovaccio del quale tutti quanti vorremmo, almeno una volta nel corso di una vita, diventare protagonisti, coincide con l’eliminazione dell’origine del dissenso e l’annullamento del principio primordiale del malaise existentiel, nella convinzione/speranza che l’eliminazione fisica induca un ritrovato stato di benessere psichico.
Dopo aver invidiato Mendini, Velluto, Pellanda, Vaccari tra i tanti e preso atto del fatto che chiunque sia potenziale vittima dell’occhio invidioso e potenziale bersaglio di drammatiche aggressioni fisiche, l’artista scarica la sua “ira” sull’ultimo lavoro di Cleto Munari (PALAFITTE) in occasione di questa 54^ Esposizione Internazionale d’Arte Contemporanea che già di suo ha contribuito a distruggere – non solo metaforicamente – buona parte del sistema artistico contemporaneo.
Fino ad oggi l’azione performativa violenta ha sempre rivolto l’attenzione verso il proprio spazio, corpo o emanazione di esso, intraprendendo percorsi di barbara dissacrazione, sanguigna ed estremizzata, sempre comunque connotata da un criterio di autoreferenzialità che riportava l’attenzione sull’artista stesso, apologeta e detrattore di sé stesso.
Marco Chiurato trascende questo limite, violando apertamente le regole di un “universo precostituito”: individuato l’oggetto vi si scaglia contro, ridiscutendo a suon di vigorose martellate il valore stesso del suo agire e ricollocandolo ben al di fuori della sfera tecnica della manualità artistica la sua azione, distaccata dall’idea del concepimento e costruzione del prodotto, rinunciando alla connotazione artigiana che l’etimologia della parola suggerirebbe, aprendo di conseguenza una varco in un sistema (non solamente artistico) comunemente condiviso ma non per questo protetto da sacralità inviolabile.
Nella realtà dell’(al)ready made, ovverosia dell’iper-realizzazione, si può solamente decidere di accettare il suggerimento fluxus di John Cage (“essere originali poiché c’è ancora tanto da copiare”) o di distruggere per sgombrare il campo da ogni testimonianza scomoda e ricominciare.
Marcel Duchamp ha osato dissacrare l’oggetto, decidendo di non privarci della sua didascalica presenza; Elaine Sturtevant se ne è più volte appropriata, riutilizzandolo a suo piacimento; oggi l’artista è maturo per compiere un passo ulteriore e definitivo.
Pianificando l’assenza si giunge, concettualmente e paradossalmente, al compimento dell’opera d’arte stessa, ricollocandola nel mito che vive indipendente dalla sua genesi, inesistente come l’immagine mitologica di una narrazione solo orale, come bene prezioso occultato dal tempo e riportato alla luce solo da molteplici frammenti attraverso i quali intuire nuove storie, nuove civiltà, nuovi valori culturali.
La materia serba in sé la natura caduca; l’opera d’arte partecipa parimenti ai processi di corruzione e disfacimento del mondo fisico; l’artista ne accelera il processo ridiscutendo qui e adesso il principio di incorruttibilità; impedendole di percorrere la strada lunga e tortuosa verso la sua realizzazione iconica, la riconduce abilmente al luogo delle muse, laddove il ricordo è più forte della presenza, laddove il mito sopravvive eterno al disfacimento della carne e della materia.
La performance di Marco Chiurato è multisensoriale; anche nella musicalità dell’atto disgregativo, nella polifonica spartitura della rottura in mille pezzi, quando l’essere allude al non-essere, si prende coscienza della fisicità della materia, apprezzando i suoni che essa genera sotto i colpi che ne deturpano la forma senza però intaccarne l’anima e ribadendo così ufficialmente la sua forza comunicatrice, il suo valore estetico già acquisito.
L’oggetto viene a mancare, l’arte che esso sottende no.
Esplorando barbaramente l’oggetto, decostruendolo proprio attraverso quelle linee di forza che ne avevano autorizzato la nascita e ne avrebbero garantito la sussitenza nel tempo, l’artista esplora un mondo sconosciuto, il suo mondo interiore, conoscendo meglio sé stesso attraverso la spinta ad agire che nell’intervento esplorativo intravede la conoscenza.
Tutto questo accade sotto l’occhio per nulla preoccupato – anzi compiaciuto – del creatore dell’oggetto violentato, profanato, distrutto. Segno che la sua mistificazione sia intrinsecamente connessa al passaggio dell’azione del fare a qulla del pensare, lasciando così al simulacro che lo avrebbe accolto solo la sensazione eterea di una ricchezza di cui nessuno può materialmente disporre ma che culturalmente appartiene all’umanità.

invidia_gazz29_2011     il+g.d